L'ITALIA CHE CE LA FA




17 marzo 2013 - Intervista all'Ingegnere Vanzetto ideatore di Race Bo, prima rete d'impresa in Italia tra 11 imprese emiliane e 1 veneta nella produzione di componenti in alluminio per le pił importanti case automobilistiche e di moto.


Portare il video a 1:37:01



Da La Repubblica.it del 20.06.2012

LA SCOPERTA ITALIANA DELLA PLASTICA PULITA
Un computer collegato a internet. E un'idea. Nasce così la scoperta fatta da Marco Astori e Guy Cicognani. E quelle degli altri inventori e innovatori che provano a "cambiare la vita in meglio"


"La cosa più buffa di questa storia è che io non sono uno scienziato e nemmeno un laureato in chimica. Sono soltanto un grafico pubblicitario che un giorno si è detto che doveva esserci un altro modo per fare la plastica. Un modo che non inquinasse il pianeta per migliaia di anni. Allora sono andato su Internet a cercare fino a quando quel modo l'ho trovato". Questa è la storia di una rivoluzione fatta in casa, scoperta per caso e destinata forse a cambiare le cose.

Gli oggetti della nostra vita. L'artefice si chiama Marco Astorri, ha 43 anni, tre figli, una pettinatura che lo fa assomigliare al protagonista muto di The Artist e un'azienda che sta facendo discutere il mondo: la BioOn sta a Minerbio, a 40 minuti da Bologna. Da qualche mese ogni settimana c'è una processione infinita verso questo misterioso laboratorio in mezzo ai campi: bussano i capi delle grandi multinazionali della chimica, ma anche i produttori di telefonini, personal computer e televisori, componenti per le automobili. Insomma tutti quelli che fanno prodotti usando la vecchia plastica.

Vengono, ascoltano, guardano le ampolle piene di misture dolciastre, i fermentatori di metallo riflettente. Poi spalancano gli occhi e la domanda che si fanno è: possibile che questo scienziato-fai-da-te, questo hacker con la scatola del piccolo chimico sotto il braccio abbia trovato la formula magica per farci vivere davvero "senza petrolio" (il petrolio, com'è noto, è la base di tutte le plastiche e l'origine dei problemi a smaltirle dato il suo tasso terribilmente inquinante, vedi la diossina)?

Ebbene sì, è possibile, perché è esattamente quello che sta accadendo. La storia inizia nel 2006. E inizia naturalmente con un pezzetto di plastica. Anzi con migliaia di pezzetti di plastica. Sono gli skypass che gli sciatori lasciano distrattamente in mezzo alle neve a fine giornata. Solo che poi in primavera la neve si scioglie, gli skypass no: quei pezzetti di plastica restano a inquinare l'ambiente per una vita, anzi per migliaia di anni. Marco Astorri e il suo socio francese Guy Cicognani di quegli skypass sono in un certo senso colpevoli, visto che li producono. Per la precisione, realizzano le micro-antennine che aprono i tornelli (Rfid).

Ed è facendo questo lavoro che iniziano a chiedersi se non ci sia un modo per fare una plastica totalmente biodegradabile. Una plastica che si sciolga in acqua. Come la neve, appunto. Astorri e Cicognani non sono i primi a pensarlo ovviamente. Proprio in Italia Catia Bastioli, dal 1990 e negli stabilimenti della Novamont a Terni, ha iniziato a produrre la MaterBi, plastica a base di amido di mais. Ha avuto un notevole successo, al punto che alle prossime Olimpiadi di Londra i piatti, i bicchieri e le posate, in tutto alcune decine di milioni di pezzi, saranno di bioplastica italiana.

Un grande orgoglio nazionale di cui andare fieri. Il mais però è un alimento: usarlo per fare la plastica vuol dire farne salire il prezzo e si è visto con i biocarburanti di prima generazione come questo possa essere problematico. Inoltre, per quanto riguarda la biodegradabilità, la provincia di Bolzano ha fatto presente che i sacchetti che dal 1° gennaio la legge ci impone di usare al supermercato creano inciampi agli impianti di compostaggio dei rifiuti. Insomma, forse si può fare meglio.

Ma torniamo al 2006. Ricorda Astorri: "Abbiamo chiuso con gli skypass. Ci siamo comprati un computer, un iMac, l'abbiamo collegato alla Rete e abbiamo iniziato a cercare qualcosa di nuovo". La caccia al tesoro dura poco e finisce in un'università in mezzo all'Oceano Pacifico dove un gruppo di ricercatori sta sperimentando un modo per produrre la plastica con gli scarti della lavorazione delle zucchero: il melasso, sostanza che oggi ha un costo per essere smaltito ma può diventare invece la materia prima per una plastica davvero bio.

Astorri e Cicognani intuiscono che quella pista è quella buona, prendono un aereo, investono la metà dei loro risparmi per comprare quel brevetto (250mila dollari), ne aggiungono una serie di altri sparsi nel mondo e in un anno sono pronti a realizzare la molecola descritta dal biologo francese Maurice Lemoigne nel lontanissimo 1926: il PHA.

Di che si tratta? A sentire la spiegazione del capo del laboratorio, Simone Begotti, un quarantenne che per anni si è occupato di fermentazione in aziende biofarmaceutiche, la ricetta è un segreto di Stato ma il procedimento non è complesso: "Si tratta di affamare e poi far ingrassare dei batteri. In poche ore quel grasso diventa la polvere con cui facciamo la plastica ". Perché ci sono ci sono voluti più di 80 anni per ripartire da lì? "Perché in quei tempi ci fu il boom del petrolio: fare plastica in quel modo era facile ed economico, i costi per l'ambiente non venivano tenuti in considerazione ", sostiene Astorri.

Nel 2007 il nuovo polimero viene battezzato Minerv, in omaggio al posto dove sorge il laboratorio ma anche a Minerva, dea romana della guerra e della saggezza "visto che sarebbe saggio fare questa guerra in nome dell'ambiente". Un anno dopo arriva la certificazione internazionale: "Il Minerv è biodegradabile in terra, acqua dolce e acqua di mare", attestano a Bruxelles. Astorri lo spiega così: "In 10 giorni i granuli di MinervPHA si dissolvono in acqua senza alcun residuo ". Miracolo. Si decide così di fare una startup anche qui cambiando le regole: niente soldi pubblici e soprattutto niente soldi dalla banche: "Abbiamo fatto un patto con i contadini", racconta Astorri. L'accordo è con la cooperativa agricola emiliana CoProB che produce il 50 per cento dello zucchero italiano. Oltre a tantissimo melasso. Saranno loro, i contadini emiliani, i titolari del primo impianto BioOn che aprirà a fine anno: "È la fabbrica a chilometro zero. Sorge dove stanno le materie prime", spiega Astorri che con l'aiuto del colosso degli impianti industriali Techint, punta a replicare il meccanismo in tutto il mondo: la fabbrica in licenza. Un paio di impianti, a forma di batterio, disegno dell'architetto bolognese Enrico Iascone, apriranno in Europa, uno negli Stati Uniti.

La svolta è arrivata un anno fa quando in laboratorio il mago Begotti è riuscito per la prima volta a realizzare un PHA con proprietà molto simile al policarbonato. Non la classica plastica dei sacchetti della spesa, quindi, ma la plastica dura e malleabile di cui sono fatti tanti oggetti della nostra vita quotidiana. Il primo a crederci è stato il presidente di Floss che ha voluto replicare una celebre lampada del design italiano firmata Philippe Starck, Miss Sissi.

Presentazione solenne lo scorso 18 aprile al Salone del Mobile, poi un'escalation continua: secondo Astorri tra un anno il MinervPHA sarà negli occhiali da sole italiani, nei computer californiani, nei televisori coreani e persino nelle confezioni di merendine per bambini. "Tutti mi dicono che sono seduto su una montagna d'oro ma non è così che mi sento. Mi sento su una scala di cui non si vede la fine".

L'inizio in compenso si vede benissimo. Era il 1954 e a pochi chilometri da Minerbio, Ferrara, negli stabilimenti della Montecatini, un grande chimico italiano scopriva la regina delle plastiche, il polipropilene isotattico, noto come il Moplen nelle reclame dell'epoca con Gino Bramieri. Il 12 dicembre 1963 Giulio Natta e il chimico tedesco Karl Ziegler ricevevano il premio Nobel. Nella motivazione si legge: "Le conseguenza scientifiche e tecniche della scoperta sono immense e ancora non possono essere valutate pienamente". Sarebbe la seconda volta che un italiano reinventa la plastica.

Riccardo Luna



8 maggio 2012: Quale Export per il Made in Italy. intervista a Duilio Matrullo, partner di Bain & Company - Cibus-Parma




DAL CORRIERE DELLA SERA – CORRIERE.IT del 26.04.2012

IL GARANTE DELLE PMI TRIPOLI: «SOLO UNENDOSI CI SI PUÒ PORRE OBIETTIVI IRRAGGIUNGIBILI»
La reazione dei Piccoli, 2mila aziende fanno rete. Cresce l'aggregazione
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Duemila piccole imprese fanno un movimento. Sono tante infatti le aziende italiane finora coinvolte nelle reti di impresa. Secondo il registro Unioncamere a far data il 10 aprile erano stati formalizzati dal notaio 313 contratti di rete che avevano interessato un totale di 1.648 imprese. Ma è stima comune degli addetti ai lavori che altri contratti siano in dirittura d'arrivo, possano essere stipulati già dalla prossime settimane e di conseguenza la stima di 2 mila è più che plausibile. E comunque stiamo parlando delle imprese che hanno steso un vero e proprio contratto legale, se volessimo contare le reti di collaborazione stabili ma informali il numero salirebbe e di molto.

Dati a parte, non era affatto scontato che le reti di impresa decollassero. Eppure è successo. Si può discutere sulla velocità del cambiamento e sull'effettivo impegno di tutta la rappresentanza ma la notizia è che i Piccoli hanno cominciato a mettersi assieme. Hanno rotto un tabù e hanno cominciato a capire che si può fare impresa anche in un altro modo, non solo da single. Le reti sono la proposta giusta perché non chiedono di rinunciare al protagonismo imprenditoriale, né di farsi da parte e lasciare il campo a manager esterni (come prevedevano progetti avanzati in passato dalla stessa Confindustria). Sono una via dolce all'aggregazione e alla crescita dimensionale e comunque hanno permesso di superare quella che il garante delle piccole e medie imprese Giuseppe Tripoli chiama «la storica visione isolazionista del piccolo imprenditore». Laddove la formula delle classiche fusioni continua a non convincere artigiani e commercianti perché di due imprenditori ne rimane in gioco solo uno, le reti ce l'hanno fatta.

Le tipologie di contratto sono le più diverse. C'è, ad esempio, la rete verticale come nel caso dell'Esaote (biomedicale) dove la società capofila ha stretto in un contratto i suoi fornitori con l'obiettivo di consolidare la filiera, responsabilizzarla e coinvolgerla in una forma di partenariato. Qualcosa del genere ha fatto la Gucci che ha favorito la nascita di una rete di imprese fornitrici di pelletteria senza farne parte direttamente ma con l'intento di renderle più strutturate e più attente al raggiungimento degli standard qualitativi necessari alle sue produzioni d'eccellenza. Del tutto differente è invece il caso della bolognese Racebo, una rete au pair tra aziende della componentistica per motociclette. Ognuna è specializzata in una nicchia ma soffriva di scarsa visibilità e basso potere di negoziazione. Si sono messe assieme, possono andare con qualche orgoglio al Motorshow e scambiarsi tra di loro le informazioni necessarie per fidelizzare la clientela. Altro caso di scuola è quello di 33 aziende oil & gas della Basilicata, piccole imprese fornitrici dei grandi gruppi petroliferi come Eni e Total che estraggono in zona. Unendosi in Rete Log i Piccoli lucani che assicurano una serie di servizi accessori hanno potuto integrarsi e presentare ai loro committenti un'offerta più strutturata.

Quelle ricordate però sono alcune delle tipologie possibili. La Confindustria nazionale, per seguire/promuovere il fenomeno e catalogare le novità, ha costituito un'apposita agenzia guidata dal vicepresidente Aldo Bonomi e affidata a Fulvio D'Alvia. Le cinque organizzazioni che hanno dato vita a Rete Imprese Italia (l'assonanza lessicale non è casuale) non si sono date (ancora) una vera e propria struttura nazionale e affidano la promozione ai territori. Di particolare rilievo è l'esperienza di Lecco con i «Men at work», un progetto nato in un ristorante e che ha coinvolto 23 imprese prevalentemente meccaniche, alcune concorrenti tra loro, che hanno saputo collaborare per aprirsi nuovi mercati. Commenta D'Alvia: «Quando si va dal notaio formalmente si stende un contratto di aggregazione organizzativa ma di fatto si intraprende un percorso per diventare più moderni e più competitivi». Non è un caso, infatti, che il contratto di rete preveda la stesura di un business plan e quindi obblighi i contraenti a programmare azioni e obiettivi della filiera.

Per limitarsi a segnalare i casi più singolari va ricordata la rete creata a Verona da 18 piccole aziende con meno di 10 dipendenti nel campo della trasformazione dei funghi in Veneto, Lombardia e Trentino e che coltivano l'ambizione di conservare la leadership italiana in questa particolare nicchia dell'agroalimentare. Un caso altrettanto interessante è «Baco» nato a Bologna per iniziativa di Unindustria. Quattro aziende della riabilitazione medica e dell'ortopedia hanno formalizzato una rete che mette assieme mille addetti e ha un obiettivo impensabile: conquistare, grazie a un accordo raggiunto con la Federazione cinese dei disabili, il mercato della disabilità che nel Paese di Mao conta numeri monstre (circa 83 milioni di persone interessate). Commenta Tripoli: «Tutti questi casi dimostrano la forza della cooperazione tra imprese. Solo unendosi gli imprenditori coinvolti possono porsi degli obiettivi che altrimenti sarebbero irraggiungibili. Quindi siamo di fronte a un fenomeno culturalmente nuovo ma che ha già solidi risvolti economici».

Dal punto di vista delle politiche industriali va ricordato come nella manovra del 2010, conosciuta più per i tagli che per le misure pro-crescita, l'allora ministro Giulio Tremonti avesse insistito per inserire una posta pluriennale di 48 milioni di euro destinata proprio a incentivare le reti defiscalizzando gli utili reinvestiti. Per poterne usufruire, le aziende devono sottoscrivere un contratto di rete, devono chiudere il bilancio in utile e sono esentate dal pagamento delle tasse solo sui profitti accantonati. Di quelle risorse del 2010 sono ancora rimasti da erogare fondi residui per 14 milioni nell'anno in corso e altrettanti per il 2013. Qualcosa del genere stanno ora facendo Regioni - come la Lombardia - che nei bandi di gara prevedono incentivi per le start up. «Ma al di là delle risorse stanziate - osserva D'Alvia della Confindustria - la norma del 2010 è servita ad accendere i riflettori e attirare l'attenzione delle imprese». Non è poco.

Dario Di Vico





DAL CORRIERE DELLA SERA – CORRIERE.IT del 12.04.2012

IL CORAGGIO DEGLI IMPRENDITORI DELLA FABBRICA ACCANTO.
Dai virtuosi del cashmere a quelli dei distretti. Ecco chi ha già battuto la crisi economica con l’Export.


Per capire che cosa veramente sta succedendo all'economia reale guai ad affidarsi solo ai calcoli sulle medie statistiche. Racconta Innocenzo Cipolletta che ha appena ultimato un'indagine sui processi di ristrutturazione dell'industria italiana: «Crescita zero è un concetto che ormai spiega poco e niente. Anzi, nasconde molte cose. Non ci fa vedere come un pezzo dell'offerta italiana, quella capace di produrre valore aggiunto, si sia addirittura rafforzata. A scomparire sono state, invece, le aziende e le produzioni che non reggono la competizione con i nuovi Paesi produttori».

Lo studio di Cipolletta uscirà sulla rivista Economia Italiana e servirà a comporre una fotografia inedita delle trasformazioni dell'industria italiana alla prese con: a) avvento dell'euro, b) globalizzazione, c) grande recessione. Tre terremoti che avrebbero deindustrializzato qualsiasi Paese che non avesse saputo reagire. Invece fortunatamente la risposta c'è stata e reca i volti degli imprenditori della fabbrica accanto, gente che ama il proprio lavoro più della mondanità/salotti e che quando deve scegliere un membro per il proprio consiglio di amministrazione recluta un abate benedettino, come ha fatto nei giorni scorsi l'imprenditore umbro Brunello Cucinelli. Prima matricola di Borsa del disgraziato anno 2012, Cucinelli ha imposto al mondo il suo cashmere tanto da aumentare il fatturato negli ultimi due anni del 51% e produrre, in soli dodici mesi, 30 milioni di utili.

Secondo uno studio della società di consulenza milanese Pambianco ci sono una cinquantina di società quotabili del settore moda-abbigliamento e quasi tutte hanno un proprietario unico che coincide con il fondatore. Godono di ottimi brand, macinano utili e stanno attraversando la tempesta convinti di farcela, tanto che le banche d'affari li corteggiano per accompagnarli in Piazza Affari. Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia, è convinto che a determinare la forza dell'offerta italiana sia la struttura di filiera che ci rende più continui dei francesi, specializzatisi invece nel retail. L'economia di filiera sembra così essere l' italian way per reggere alla crisi perché garantisce specializzazione continua assieme a flessibilità organizzativa.

Altre sorprese arrivano dai distretti. Ciclicamente qualche guru - di quelli che parlano sempre ma non studiano mai - ne decreta ipocritamente la morte. Poi vengono pubblicati i numeri e arriva la smentita. Ben 25 hanno superato i livelli pre-crisi, ovvero in piena tempesta (2011) hanno fatturato di più del 2008, quando è iniziata la tormenta. Al primo posto di questa speciale classifica stilata dal Servizio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo c'è il distretto della pelletteria e delle calzature di Firenze, cresciuto rispetto al 2008 del 24,5%, 450 milioni di euro in più. Griffe come Gucci, Ferragamo, Prada producono qui a conferma di una tradizione di eccellenza dovuta a competenze artigianali, qualità dei materiali e ricerca stilistica. Dopo Firenze spunta l'oreficeria di Valenza, in provincia di Alessandria. Il numero delle imprese è calato in questi anni ma il distretto è cresciuto, si sono salvati quelli che hanno continuato a credere nell'azienda e investito in tecnologia. Risultato: i grandi marchi continuano a comprare a Valenza. Anche i vini delle Langhe, Roero e Monferrato, hanno venduto nel 2011 ben 200 milioni di euro in più rispetto agli anni pre-crisi e precedono le macchine per l'imballaggio di Bologna, che si possono tranquillamente consolare visto che hanno sfondato in Cina, diventata il loro mercato più importante.

Insistono nel macinare ordini anche gli industriali delle macchine utensili, quelli del sistema Ucimu. Sono all'ottavo trimestre consecutivo di crescita e quasi sempre con percentuali a due cifre. Anche nel primo trimestre del 2012 l'incremento sarà almeno del 10%, grazie però ai mercati esteri che apprezzano anche un made in Italy tecnologico, non solo quello degli Armani e dei Prada. Un colosso come Caterpillar per i suoi torni chiama l'azienda varesina Pietro Carnaghi mentre la bergamasca Losma ha appena vinto una commessa della tedesca Thyssen.

Accanto a storie di sistema (filiere, distretti, sistemi organizzativi) ci sono anche molti exploit individuali. Singoli imprenditori che non si sono fatti spaventare dalla recessione e hanno trovato la formula e i mercati giusti. E ora non si vogliono fermare. Sandro Veronesi, il patron del gruppo Calzedonia, esponente di punta della nouvelle vague del made in Italy democratico, per il terzo anno consecutivo ha superato il fatturato di un miliardo di euro, cresce al ritmo del 15% e dopo aver raggiunto in Italia una copertura capillare del territorio vuole aprire altri 400 negozi in giro per il mondo. Calzedonia è un laboratorio del mondo del lavoro che verrà, visto che il 92% dei suoi dipendenti è donna e il 74% di entrambi i sessi ha meno di 30 anni.

I piemontesi della Grom, Federico Grom e Guido Martinetti, hanno puntato sulle gelaterie artigianali e stanno sfondando. Nel centro storico delle città italiane quando si vede una lunga coda, due volte su tre è di patiti del gelato Grom. Fatturato circa 23 milioni di euro, hanno già 55 negozi di proprietà e ne aprono almeno una dozzina l'anno. Il loro credo è la qualità e i frequentatori abituali delle gelaterie Grom (una piccola setta, ormai) sostengono che da città a città il gusto non cambia ed è riconoscibilissimo. Hanno aperto punti vendita a New York, a Parigi e Tokio ma a decretare il loro successo è stato il mercato interno, quello che invece rappresenta l'autentica dannazione di tanti altri colleghi che non hanno mezzi, idee e prodotti per tentare la strada dell'export.

Di stretta osservanza slow food come i fondatori della Grom è anche Oscar Farinetti da Alba, l'inventore di Eataly, il supermercato del cibo italiano di qualità. In un'Italia che perde posti di lavoro, Farinetti ne promette altri 400 prima dell'estate e 150 aggiuntivi entro fine anno. Le banche lo corteggiano per creare assieme delle trading company con cui tentare la strada dei Bric, a Milano il suo sbarco nella centralissima Porta Garibaldi sarà di sicuro un evento. «In un momento così duro bisogna investire. Ci vuole coraggio, inventiva e tenacia» è il motto di Mister Eataly. Direte che Grom e Farinetti sono degli unicum, che la crisi non consente voli pindarici, che i portafogli languiscono, il credit crunch impazza e il coraggio imprenditoriale da solo non basta. Ma basta girare un po' per trovare storie di successo che magari non arrivano nemmeno all'onore dei giornali.

A Milano tutti conoscono la pizza al taglio Spontini, un business nato in un piccolo locale vicino corso Buenos Aires che puntava sul menu ridotto, il servizio rapidissimo e i prezzi bassi. Beh, ora Spontini è diventato un brand, già sono quattro i locali e il quinto aprirà nei primi mesi del 2013. La famiglia Innocenti che possiede il marchio dopo la pizza formato fast food sta puntando sulle birrerie con BirraMi e per il 2014 vuole aprire anche a Torino, Verona, Bologna e Firenze. Anche la storia del Birrificio Lambrate (Milano) è poco conosciuta nonostante abbia avuto l'onore di una citazione sul New York Times . È un pub con fabbrica annessa che punta sull'artigianalità e si sta avvicinando al milione di euro di fatturato. I grandi marchi avrebbero voluto integrarlo ma i proprietari hanno detto di no e proseguito per la loro strada. Puro orgoglio artigiano.

La Granarolo (latte) è una cooperativa ed era data per spacciata dopo che i francesi della Lactalis avevano comprato Parmalat. A un anno di distanza Granarolo non solo non ha mollato la sfida ma ha deciso di raddoppiare il fatturato in 4 anni e sta per lanciare sul mercato due prodotti innovativi: il primo latte fresco pastorizzato per bebè e il primo latte fermentato per gli immigrati musulmani in Italia. Gli Orsero, Raffaella e Antonio, amministratore delegato e presidente di GF Group, erano i distributori storici della frutta Dal Monte in Italia e si sono lanciati proprio ora in una nuova avventura. Entrano nel mercato internazionale della frutta esotica (ananas e banane) con un proprio brand e un posizionamento di marketing elevato. Hanno iniziato con una robusta campagna di comunicazione (circa 5 milioni di euro) per far conoscere il marchio Orsero, puntano nel giro di un anno a conquistare il 10% del mercato. Chapeau per il coraggio e la determinazione.

La stessa che anima i proprietari del gruppo bolognese NoemaLife (informatica sanitaria) che partita dall'idea di tre ingegneri elettronici - Francesco Serra, Angelo Liverani e Cristina Signifredi - in dieci anni ha acquisito 12 società del settore portandosi a circa 50 milioni di fatturato e con una crescita che nel 2011 è stata del 13%. L'ultimo blitz NoemaLife l'ha fatto in Francia comprando la Medasys e così i bolognesi sono diventati il principale fornitore europeo di soluzioni informatiche per processi clinici.

Tra tanto protagonismo imprenditoriale una menzione finale va a uno studio di professionisti di Vicenza, Adacta. È il più importante del Nord Est e ha come clienti 400 società di capitali del territorio. Conta ben 116 unità tra partner e dipendenti e nei mesi scorsi ha preso una decisione che in tempo di recessione fa sicuramente tremare i polsi. La vecchia sede non ce la faceva più a contenere gli Adacta boys e così è stato deciso di affittare addirittura un'antica villa sulla strada che collega Vicenza e Marostica. I lavori fervono e il presidente Diego Xausa spera di mandare gli inviti per il vernissage prima di Natale. Se non è ottimismo questo...

Dario Di Vico 






Tg2 30 marzo 2012: Intervista a Sergio Silvestrini e Giorgio Tabellini.